L'OBSOLESCENZA PROGRAMMATA: STORIA, IMPATTO E CONFLITTO CON I PRINCIPI DELLA QUALITA'

La storia dell'obsolescenza programmata, dal cartello Phoebus del 1924 alle pratiche moderne. Analisi del contrasto con i principi del quality management e della ISO 9001 e delle implicazioni etiche, economiche e ambientali di questa strategia aziendale

L'obsolescenza programmata

"Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l'obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità"

Serge Latouche

"Una volta nella vita vorrei possedere qualcosa sul serio, prima che si rompa! Sono sempre in gara con la discarica"

Arthur Miller - "Morte di un commesso viaggiatore"

L'obsolescenza programmata, con i suoi **cicli di consumo sempre più rapidi**, rappresenta una pratica controversa che influenza profondamente la nostra esperienza con i prodotti di uso quotidiano. Questo fenomeno, che prevede la **progettazione deliberata di beni con una durata limitata**, ha radici storiche precise e solleva importanti questioni etiche, economiche e ambientali. Particolarmente rilevante è il suo evidente contrasto con i principi fondamentali della qualità e con norme come la ISO 9001 che promuovono invece l'eccellenza qualitativa e la soddisfazione del cliente nel tempo.

Le origini dell'obsolescenza programmata


La storia dell'obsolescenza programmata ha un inizio ben documentato che risale al 23 dicembre 1924, quando i principali produttori mondiali di lampade ad incandescenza si riunirono a Ginevra per firmare un accordo che avrebbe cambiato radicalmente il modello produttivo. Questo accordo diede vita al cosiddetto "cartello Phoebus" (ufficialmente denominato "Phoebus S.A. Compagnie Industrielle pour le Développement de l'Éclairage"), formalmente costituito il 15 gennaio 1925.

Tra i membri di questo cartello figuravano colossi dell'industria dell'illuminazione come General Electric, Osram, Philips e Tungsram. Ciò che rende questo episodio storico particolarmente significativo è che rappresenta **il primo caso documentato di obsolescenza programmata** sistematicamente implementata.

Prima della formazione del cartello, le lampade ad incandescenza avevano una durata media di circa 2.500 ore di funzionamento. Uno degli aspetti più controversi dell'accordo fu proprio la decisione deliberata di ridurre questa durata a circa 1.000 ore, definite come "una ragionevole aspettativa di vita, ottimale per la maggior parte delle lampadine".

Gli ingegneri delle aziende aderenti ricevettero direttive specifiche per modificare la progettazione delle lampadine al fine di garantire che non durassero più del limite stabilito. Il **cartello istituì persino un sistema di controllo che prevedeva test regolari sui prodotti** e sanzioni economiche per i produttori le cui lampadine superavano la soglia di durata imposta.

Questo accordo rimase operativo fino al 1939, quando lo scoppio della seconda guerra mondiale ne causò lo scioglimento. Tuttavia, è interessante notare come **lo standard delle 1.000 ore per le lampadine continuò a essere adottato anche dopo la dissoluzione del cartello**, dimostrando come certe pratiche commerciali, una volta introdotte, possano persistere ben oltre la fine delle strutture formali che le hanno originate.

Storia dell'obsolescenza programmata

L'evoluzione del concetto


Se il cartello Phoebus rappresenta la nascita dell'obsolescenza programmata come strategia industriale consapevole, è solo **negli anni successivi che il concetto viene formalizzato e teorizzato**.

Il termine "obsolescenza pianificata" compare ufficialmente nella letteratura economica nel 1932, quando il mediatore immobiliare Bernard London, nel contesto della Grande Depressione, propose di imporla alle imprese per legge come **strategia per stimolare i consumi e rilanciare l'economia in crisi**.

Negli anni '50, il designer industriale Brooks Stevens diede al concetto una nuova e più sottile interpretazione, definendola come "l'instillare nell'acquirente il desiderio di comprare qualcosa di appena un po' più nuovo e un po' prima di quanto sia necessario". Questa visione spostava l'accento dalla degradazione fisica programmata del prodotto all'obsolescenza percepita o psicologica, aprendo la strada alle moderne strategie di marketing.

Oggi l'obsolescenza programmata si manifesta in diverse forme:

  1. **obsolescenza funzionale**: prodotti progettati per diventare inutilizzabili dopo un certo periodo, sia per guasti programmati sia per impossibilità di riparazione
  2. **obsolescenza tecnologica**: dispositivi che diventano rapidamente superati a causa di continui aggiornamenti software o hardware incompatibili
  3. **obsolescenza percepita o psicologica**: strategie di marketing che convincono i consumatori che i prodotti esistenti non sono più desiderabili o alla moda
  4. **obsolescenza integrata**: utilizzo di materiali inferiori odi tecniche di produzione che garantiscono il malfunzionamento del prodotto dopo un periodo predeterminato

L'antitesi: qualità e ISO 9001


In netto contrasto con le pratiche dell'obsolescenza programmata si colloca la filosofia del quality management, formalizzata a livello internazionale attraverso la ISO 9001. Questo approccio, che ha radici nella rivoluzione qualitativa giapponese del dopoguerra e nei principi di W. Edwards Deming, rappresenta l'antitesi concettuale dell'obsolescenza programmata.

Lo standard ISO 9001, sviluppato dall'Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO), definisce i criteri per un sistema di gestione della qualità basato su principi fondamentali che includono:

  1. **focus sul cliente**: l'obiettivo primario è soddisfare i requisiti del cliente e superare le sue aspettative, non manipolare i suoi cicli di acquisto
  2. **leadership**: i leader stabiliscono unità di intenti e direzione, creando condizioni in cui le persone sono impegnate nel raggiungimento degli obiettivi di qualità dell'organizzazione
  3. **miglioramento continuo**: un'organizzazione di successo ha un focus costante sul miglioramento, non sul deterioramento programmato
  4. **processo decisionale basato sull'evidenza**: decisioni efficaci si basano sull'analisi e sulla valutazione dei dati e delle informazioni
  5. **gestione delle relazioni**: per un successo di lungo termine, un'organizzazione gestisce le sue relazioni con le parti interessate, come i fornitori, in modo trasparente ed etico

L'obsolescenza programmata rappresenta una contraddizione fondamentale rispetto a questi principi per diversi motivi.

Partiamo dall'**intenzionalità del difetto**. Mentre la qualità si basa sull'identificazione e sull'eliminazione dei difetti, l'obsolescenza programmata introduce deliberatamente punti di rottura o limitazioni nei prodotti. Questa pratica viola il principio fondamentale del "fare le cose bene la prima volta" e del miglioramento continuo.

La ISO 9001 pone il **cliente al centro dei processi** aziendali, con l'obiettivo di soddisfare e superare le sue aspettative. L'obsolescenza programmata, al contrario, subordina le esigenze e la soddisfazione del cliente a obiettivi di profitto a breve termine, creando un'esperienza frustrante che mina la fiducia.

Un sistema di gestione della qualità considera l'intero **ciclo di vita del prodotto**, dalla progettazione allo smaltimento. L'obsolescenza programmata interrompe artificialmente questo ciclo, generando inefficienze e sprechi che contraddicono il principio di utilizzo ottimale delle risorse.

La ISO 9001 promuove **processi trasparenti** e documentati. L'obsolescenza programmata, invece, opera spesso nell'ombra, con strategie che raramente vengono comunicate apertamente ai consumatori, violando il principio di trasparenza.

Le versioni più recenti degli standard ISO che riguardano i sistemi di gestione incorporano sempre più considerazioni sulla **sostenibilità ambientale**. L'obsolescenza programmata, accelerando i cicli di sostituzione dei prodotti, contribuisce significativamente all'aumento dei rifiuti e al consumo delle risorse, in contrasto con gli obiettivi di sostenibilità.

La storia del cartello Phoebus ci ricorda che le pratiche commerciali, una volta stabilite, possono persistere ben oltre la loro giustificazione originaria. Oggi, a cento anni da quell'accordo, è tempo di **riconsiderare criticamente questo modello e di abbracciare pienamente i principi di qualità** che possono guidarci verso un futuro più sostenibile e rispettoso delle esigenze dei consumatori. Ed è auspicabile che i consumatori premino chi si muove in questa direzione.

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