L'illusione del multitasking: credere di fare più cose ti rende davvero più bravo
Uno studio di Yale dimostra che la percezione di fare del multitasking migliora la performance: cosa significa per manager, auditor e professionisti della qualità
Sappiamo tutti che il multitasking non funziona perché ce lo dicono decenni di ricerche neuroscientifiche: il nostro cervello non esegue più compiti in parallelo ma salta freneticamente da uno all'altro, perdendo qualità a ogni salto.
Fine della storia? Non esattamente. Perché un gruppo di ricercatori della Yale School of Management ha scoperto qualcosa che nessuno si aspettava: le persone che credono di fare multitasking, senza farlo davvero, ottengono risultati migliori di chi pensa di fare un singolo compito.
Lo studio, firmato da Shalena Srna, Rom Y. Schrift e Gal Zauberman e pubblicato su Psychological Science nel 2018, ha coinvolto 8.242 partecipanti in 32 esperimenti diversi. La conclusione è una di quelle che obbliga a ripensare ciò che diamo per scontato: non è il multitasking reale a migliorare le prestazioni ma la semplice percezione di stare facendo più cose contemporaneamente.
Per chi lavora nel management e nei sistemi di gestione, questa scoperta significa che possiamo aumentare il coinvolgimento e la produttività dei nostri team senza cambiare cosa fanno, ma cambiando come lo descrivono.
L'esperimento di Shark Week
L'esperimento più emblematico dello studio ha la semplicità delle grandi intuizioni: i ricercatori presero 162 partecipanti e li misero tutti davanti allo stesso video educativo di Animal Planet, tratto dalla serie "Shark Week" (la settimana dello squalo). Il compito era identico per tutti: guardare il video e trascriverne la voce narrante. Fin qui, nulla di straordinario.
La differenza stava tutta nelle istruzioni. Al primo gruppo venne detto che stava svolgendo due compiti simultanei: un "compito di apprendimento" (concentrarsi sui contenuti del video) e un "compito di trascrizione" (trascrivere il parlato). Al secondo gruppo venne presentata la stessa attività come un unico compito: guardare e trascrivere il video. Stessa attività, identica in ogni dettaglio, cambiava solamente il compito.
🦊 I risultati: il gruppo "multitasking percepito" trascrisse più parole al secondo, con maggiore accuratezza, e ottenne punteggi superiori in un quiz a sorpresa sul contenuto del video. La stessa identica attività produceva risultati migliori quando le persone credevano di fare due cose contemporaneamente.
I ricercatori, però, non si fermarono ai risultati comportamentali. Due studi di laboratorio con tecnologia di eye-tracking confermarono la spiegazione misurando la dilatazione pupillare, un indicatore fisiologico consolidato dello sforzo mentale. I partecipanti nella condizione "multitasking" mostravano una dilatazione pupillare significativamente maggiore: il loro cervello stava letteralmente lavorando di più e non perché il compito fosse più difficile, ma perché pensavano che lo fosse.
32 esperimenti e un effetto sorprendentemente coerente
La forza di questo studio non sta in un singolo esperimento ma nella replicazione massiva. Srna, Schrift e Zauberman condussero 32 studi (30 dei quali con incentivi economici legati alla performance), variando contesti, modalità e tipologie di compiti.
Tra gli esperimenti più interessanti: un tour virtuale di un museo d'arte, dove i partecipanti che percepivano l'attività come composta da due compiti (ascoltare e osservare) ottennero risultati migliori.
Quel dato sull'84% racconta molto: la stragrande maggioranza delle persone si percepisce come abile nel multitasking.
L'avvertenza: il multitasking reale resta dannoso
I ricercatori furono estremamente chiari nel separare i loro risultati dalla letteratura consolidata sul multitasking reale.
La distinzione fondamentale è questa: il multitasking percepito significa riformulare un'unica attività coerente come se servisse più obiettivi simultanei. Il multitasking reale (task-switching) significa saltare tra compiti non correlati, il che aumenta errori, costi cognitivi e stress. Decenni di ricerche confermano che il task-switching reale degrada la performance. Il contributo rivoluzionario di questo studio sta nell'aver scoperto che la percezione funziona nella direzione opposta.
Attenzione: questo articolo non è un invito a fare multitasking. È un invito a ripensare come presenti i compiti a te stesso e al tuo team. La differenza è decisiva.
Un placebo cognitivo: la psicologia dietro l'effetto riscontrato
L'effetto del multitasking percepito non è un fenomeno isolato perché si inserisce in una famiglia di scoperte psicologiche che dimostrano come le nostre convinzioni plasmino la realtà in modi misurabili e profondi.
Il caso delle cameriere d'albergo
Il parallelo più illuminante è lo studio condotto da Alia Crum e Ellen Langer nel 2007 su 84 cameriere d'albergo. Al primo gruppo fu spiegato che il loro lavoro quotidiano (pulire 15 stanze al giorno) costituiva un ottimo esercizio fisico, conforme alle raccomandazioni del Surgeon General americano. Il secondo gruppo non ricevette questa informazione.
🧠 Il risultato: dopo quattro settimane, senza alcun cambiamento nel comportamento effettivo, il gruppo informato mostrò una perdita di peso (circa 1 kg), una riduzione della pressione sanguigna del 10% e una diminuzione del grasso corporeo e del rapporto vita-fianchi. Le loro convinzioni sul proprio lavoro avevano alterato la loro fisiologia.
Esattamente come nel multitasking percepito: stessa attività, diverso frame mentale e risultati diversi.
Il framing effect di Kahneman e Tversky
L'effetto si collega direttamente alla teoria del framing effect di Daniel Kahneman e Amos Tversky: la stessa informazione, presentata diversamente, produce decisioni e comportamenti radicalmente diversi. Nel classico "problema della malattia asiatica", opzioni matematicamente identiche venivano scelte in modo opposto a seconda che fossero formulate in termini di "vite salvate" o "morti". Il multitasking percepito è essenzialmente un framing effect applicato alla performance: la stessa attività, etichettata diversamente, produce risultati diversi.
Dalla filosofia al cinema: il potere della cornice mentale
L'idea che la percezione costruisca la realtà ha radici profondissime: Platone, nell'allegoria della caverna, descriveva prigionieri che scambiavano le ombre per realtà. William Blake scrisse, invece, che se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo come realmente è: infinita. Henry Ford, infine, sintetizzò il concetto nella frase forse più citata della storia del management: "Che tu creda di potercela fare o di non potercela fare, hai ragione".
Al cinema, Matrix (1999) è la rappresentazione iconica di questo principio: Neo diventa "l'Eletto" nel momento in cui crede di esserlo perché è la convinzione a creare la realtà. Ne Il Mago di Oz, Dorothy ha sempre avuto il potere di tornare a casa, doveva solo crederci. Lo spaventapasseri aveva già un cervello, l'uomo di latta aveva già un cuore e il leone aveva già il coraggio. I "diplomi" del Mago erano puri placebo, eppure funzionarono.
Carol Dweck, con la sua ricerca sul growth mindset, ha dimostrato un meccanismo strutturalmente identico: chi crede che le proprie capacità possano crescere (mindset di crescita) è più costante , si impegna di più e, alla fine, ottiene risultati migliori rispetto a chi crede che l'intelligenza sia fissa.
Applicazioni pratiche per manager e professionisti della qualità
A questo punto la domanda è: come trasformare tutto questo in un vantaggio concreto per il lavoro quotidiano? La chiave è il reframing multi-obiettivo: riformulare attività singole come se servissero simultaneamente più scopi, senza modificare l'attività stessa.
📄 Nei meeting di lavoro
Anziché dire "facciamo il punto sul progetto X", aprire con: "In questa riunione stiamo simultaneamente prendendo decisioni su X, condividendo competenze tra reparti e rafforzando l'allineamento del team su Y." Tre obiettivi percepiti dovrebbero portare a un maggiore coinvolgimento.
🎓 Nella formazione
Anziché "imparerete a usare meglio Excel", riformulare come: "State simultaneamente costruendo una competenza tecnica, sviluppando il vostro pensiero analitico, e diventando decisori più guidati dai dati". Il contenuto della formazione non cambia; la percezione della sua importanza sì.
🔍 Negli audit e nei <>sistemi di gestione
Gli audit sono spesso percepiti come attività monotone, esattamente il tipo di compiti dove una riformulazione multi-obiettivo può avere l'impatto maggiore. Anziché presentare un audit interno come "verifica della conformità alla ISO 9001", riformularlo come: "Stiamo verificando la conformità, identificando opportunità di miglioramento e rafforzando la comunicazione interdipartimentale".
Nella vita quotidiana: cucinare, allenarsi, studiare con una "cornice" diversa
Il principio si estende ben oltre l'ufficio e questo è il suo fascino più grande: tutti noi possiamo applicarlo ogni giorno, senza alcun costo e con benefici misurabili.
Lo studio e l'apprendimento anziché pensare "sto studiando per l'esame", riformulare l'obiettivo come: "Sto costruendo conoscenze, sviluppando il pensiero critico e progettando il capitale professionale che mi servirà per la mia carriera".
L'esercizio fisico anziché "vado a correre", pensare "sto migliorando la salute cardiovascolare, riducendo lo stress, costruendo disciplina e godendomela all'aria aperta".
La cucina diventa più coinvolgente se pensiamo che stiamo creando un pasto nutriente, praticando un'abilità culinaria e prendendoci cura della famiglia, sperimentando con i sapori.
Persino il pendolarismo si trasforma quando viene riformulato come viaggiare, imparare (attraverso podcast, audiolibri o libri se viaggiate in treno), pianificare la giornata, e creare una transizione tra la vita lavorativa e quella personale.
I limiti: quando la percezione di multitasking non funziona
Sarebbe intellettualmente disonesto presentare questa ricerca senza i suoi limiti, visto che ad averlo fatto per primi sono stati proprio i ricercatori stessi. Vediamoli insieme, dunque.
Prossimità dei compiti. In tutti gli esperimenti, i compiti percepiti come multipli erano "ragionevolmente vicini" nella loro natura. Zauberman avvertì che quanto la natura di un compito è vicina o lontana dall'altro potrebbe avere un grande effetto sul risultato. Per compiti radicalmente diversi (leggere un libro e guardare la TV), l'effetto potrebbe non manifestarsi affatto.
Complessità del compito. Il titolo dell'articolo di Yale Insights è chiaro: "l'illusione del multitasking migliora la performance su compiti semplici." Per compiti altamente creativi o analiticamente complessi che già saturano la memoria di lavoro, aggiungere carico percepito potrebbe provocare un sovraccarico cognitivo anziché un maggiore coinvolgimento.
Durata. Tutti gli esperimenti erano brevi. Non sappiamo se il boost del multitasking percepito si mantenga nel tempo e per quanto (ore, giorni, settimane?).
Edward T. Hall distinse tra culture policroniche (latinoamericane, arabe, sudasiatiche) dove il pensiero multi-obiettivo è già culturalmente incorporato e culture monocroniche (nordeuropee, nordamericane) dove la focalizzazione su un singolo compito è la norma. La cornice del multitasking percepito potrebbe avere un impatto diverso a seconda del contesto culturale.
Riferimenti principali
- Srna, S., Schrift, R. Y., & Zauberman, G. (2018). "The illusion of multitasking and its positive effect on performance." Psychological Science, 29(12), 1942-1955. Sage Journals
- Yale Insights: The illusion of multitasking improves performance on simple tasks
- Michigan Ross: The illusion of multitasking improves performance
- APS Press Release: The illusion of multitasking boosts performance
- Crum, A. J., & Langer, E. J. (2007). "Mind-set matters." Psychological Science, 18(2), 165-171
- Blakely et al. (2022), replicazione parziale: Psychological Research