Intelligenza artificiale e sistemi di gestione: spegne o allena il pensiero?
Come usare l’AI nei sistemi di gestione senza delegare il pensiero: un metodo operativo con controlli, esempi quotidiani e checklist degli errori da evitare
Questo articolo nasce da un recente confronto su LinkedIn con una collega che ha espresso parecchi dubbi sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale, sostenendo che il suo utilizzo ci renderebbe più stupidi.
Per natura, davanti a qualsiasi progresso cerco sempre di capire cosa c'è di buono per me, per il lavoro che svolgo e per la professione in generale, provando a non entusiasmarmi eccessivamente ma nemmeno a rifiutare a priori qualcosa che ancora non conosco a sufficienza per poter esprimere un giudizio definitivo.
Quello che mi sento di dire in questo caso, però, è che qualsiasi cosa può renderci stupidi se glielo permettiamo ma credo che molte potrebbero anche renderci un po' più intelligenti se utilizzate nel modo giusto. Provando quindi, com'è abitudine su QualitiAmo, a non polarizzarci ma a capire meglio, iniziamo la nostra analisi!
Lo strumento non pensa ma può aiutare a pensare
L'IA può essere utilizzata male? Certamente, proprio come qualsiasi altro strumento. Dire, però, che l'intelligenza artificiale ci rende stupidi è un po' come dire che l'invenzione della calcolatrice ci impedisce di comprendere la matematica.
Pensateci: quando usate carta e penna per fare un calcolo complesso che a mente non riuscireste a svolgere, vi sentite "meno intelligenti"? O state semplicemente usando un supporto esterno per superare un limite biologico (la memoria a breve termine) e arrivare a un risultato utile? Non siamo diventati stupidi perché abbiamo iniziato a utilizzare strumenti per arrivare lì dove non saremmo mai arrivati da soli. Al contrario, la storia del sapere umano nasce proprio al confine tra la nostra interiorità e l'esteriorità rappresentata dagli artefatti tecnologici.
Per me l'intelligenza artificiale è semplicemente un interlocutore sempre a portata di mano che ci aiuta a strutturare, espandere e verificare il nostro pensiero.
Il libro: lettura passiva e lettura attiva
Immaginate due persone che leggono lo stesso testo:
- un lettore passivo legge senza mettere in discussione nulla. Memorizza le frasi solo per citarle alla prima occasione e non si lascia "toccare", né "cambiare" dal testo. Alla fine della lettura, si sarà limitato ad accumulare alcune nozioni nuove
- un lettore attivo, al contrario, legge e si ferma durante la lettura. Contesta un paragrafo in base alla sua esperienza, sottolinea, integra ciò che legge con ciò che sa, prende appunti, approfondisce un aspetto che lo colpisce particolarmente
Chi dei due, secondo voi, ha maturato vera conoscenza, migliorando il modo di pensare? Solo il secondo, ovviamente.
Con l'IA avviene la stessa cosa. Se prendiamo i contenuti dell'intelligenza artificiale come "oro colato", diventiamo sicuramente più stupidi (proprio come leggendo un articolo o un libro senza farsi alcuna domanda), ma se li inseriamo in un processo di controllo, filtrandoli attraverso la nostra unicità e le nostre esperienze (emotive e professionali), allora l'IA diventa un formidabile acceleratore di conoscenze.
L’IA come artefatto cognitivo
Per come la vedo io, quindi, l’intelligenza artificiale non è una scorciatoia per “saltare” la fatica ma un artefatto come molti altri che aiutarmi nel mio lavoro, esattamente come potrebbe fare uno schema, ad esempio.
Non credo nemmeno che l'IA ci rubi l'autonomia, a meno che qualcuno non le dia una delega cieca ma questo vale per tutto, non solo per questa tecnologia.
L'invidia generazionale
C'è un altro aspetto, più sottile ed emotivo, che credo "inneschi" (o, per usare un termine moderno, "triggeri") molti detrattori dell'IA: è la percezione della fatica. Siamo portati a pensare: "Se io ci ho messo anni di studio per capire come strutturare un'analisi ambientale, perché un giovane oggi dovrebbe riuscirci in 10 minuti grazie a ChatGPT?"
L'invidia è assolutamente umana ma credo sia il modo sbagliato di vedere la cosa. La conoscenza, quella vera, è un processo. L'intelligenza artificiale non può eliminare questo processo ma solo darci una mano per svolgerlo al meglio. Nessun prompt potrà mai sostituire l'esperienza di guardare negli occhi un operatore e capire che non sta seguendo la procedura perché ha paura e non perché è negligente.
Ogni generazione ha avuto strumenti che le generazioni precedenti non avevano. Non per questo la competenza è diventata meno preziosa, è cambiato semplicemente ciò che significa essere competenti.
Il metodo operativo: usarla all'interno di un processo controllato
Se vogliamo usare l’intelligenza artificiale in un modo consono a ciò che abbiamo imparato dal nostro lavoro di professionisti dei sistemi di gestione, ci serve un mini-processo ripetibile. Personalmente, uso questo schema in 4 passaggi:
1) scopo e confini
scrivo cosa voglio ottenere e cosa non voglio. Ad esempio, se sto partendo da miei appunti scritti a mano, potrei chiedere: “riscrivi questi appunti in una bozza di report di audit che sia più chiara e strutturata. Non aggiungere nulla e non tralasciare nulla.”
2) input controllati
senza input chiari, l’IA - per la sua stessa natura - riempie i vuoti con qualcosa di plausibile. Questo, però, non è un modo utile di utilizzarla. Bisogna sempre dare vincoli, contesto, struttura e dati
3) l'output è una bozza da cui partire
tutto ciò che viene prodotto va inteso come una bozza, non come una prima stesura da migliorare
4) verifiche
tutto il lavoro relativo all'accuratezza, alla completezza, alla coerenza, all'applicabilità, ecc. sta a noi, naturalmente
Esempi pratici
L'analisi del contesto
L'intervento umano: il professionista legge le 10 ipotesi., ne scarta 5 e ne approfondisce 3 che non aveva considerato. Le incrocia con la sua conoscenza dei fornitori storici dell'azienda.
Risultato: l'IA ha fatto da "sparring partner" per il brainstorming ma la strategia è umana, unica e calata nella realtà.
La valutazione dei rischi
Risultato: Una lista standard (movimentazione dei carichi, cadute, ecc.) che potrebbe aver scritto chiunque.
L'intervento umano: l'IA suggerisce concetti come "troppo sicuro di sé" o "stanchezza decisionale". L'RSPP usa questi spunti per progettare una formazione diversa, non basata sulle regole ma sulla psicologia dell'errore.
Risultato: l'intelligenza artificiale ha fornito la base teorica psicologica ma è l'uomo che l'ha trasformata in cultura della sicurezza.
Gestione delle emergenze ambientali
Risultato: abbiamo usato l'IA per stressare il sistema, rendendoci più sicuri, non certo più pigri.
La regola d’oro: non chiedere risposte ma fare domande
Se vogliamo mantenere la nostra autonomia, cambiamo la forma delle richieste formulate. I prompt migliori non sono “scrivimi x”. ma fare domande come queste:
- "Quali ipotesi stai facendo?"
- "Cosa potrebbe essere falso in questo caso specifico?"
- "Quali sono 5 controargomentazioni che potresti usare per smontare il mio lavoro?"
- "Quali sono 3 alternative al mio piano con pro e contro?"
Conclusione
Non dobbiamo temere di diventare meno capaci ma solo di usare strumenti nuovi con una mentalità vecchia.
Se usiamo l'IA per evitare la fatica di pensare, sì, diventeremo stupidi ma se la usiamo per sfidare le nostre certezze, per ampliare il nostro orizzonte di ipotesi e per liberare tempo da dedicare a ciò che è insostituibile (la relazione, l'etica, l'intuizione), allora diventeremo professionisti migliori.
L'intelligenza artificiale non trasformerà una maratona nei 100 metri e non eliminerà nemmeno il processo di costruzione della nostra conoscenza. Può semplicemente darci delle scarpe migliori, una mappa dettagliata del percorso e dirci che tempo farà. Ma la corsa – l'applicazione della norma a una realtà complessa, la gestione delle resistenze del personale, ecc. – quella dobbiamo correrla noi.