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La parte interessata che non può rispondere: ISO 9001, sostenibilità e generazioni future

Dalla frase nascosta nello 0.1 della ISO 9001:2026 agli esperimenti giapponesi di Future Design: perché il sistema qualità è già l'infrastruttura manageriale della sostenibilità

Sedia vuota a un tavolo di riunione con un segnaposto: le generazioni future come parte interessata del sistema qualità
Pubblicato il 9 ottobre 2026 – Aggiornato il 7 ottobre 2026

Questa analisi è stata scritta sul testo del DIS ed è stata verificata sul testo definitivo della ISO 9001:2026: dove il testo definitivo è diverso, la pagina è stata corretta.

Nel 2015 il governo giapponese chiese a città e paesi di elaborare una visione del proprio territorio proiettata al 2060. A Yahaba, una cittadina di circa 28.000 abitanti, si sedette al tavolo un gruppo di ricerca guidato dall'economista Tatsuyoshi Saijo con un'idea che sembrava uscita da un racconto di fantascienza: se le generazioni future non possono partecipare alle decisioni che le riguardano perché non esistono ancora, creiamole noi.

I cittadini vennero divisi in gruppi di cinque o sei persone. Metà dei gruppi ragionava normalmente: persone del presente che guardano al futuro dal presente, come facciamo tutti. All'altra metà venne chiesto qualcosa di molto più strano: salire su una macchina del tempo immaginaria, arrivare al 2060 mantenendo la propria età attuale e deliberare da lì, pensando a cosa noi cittadini del 2060, vogliamo che venga deciso nel 2015. Per marcare il passaggio di ruolo, nelle occasioni pubbliche i membri di questa "generazione futura immaginaria" indossavano gli happi, le tradizionali casacche giapponesi da festa: un costume di scena per un vero e proprio viaggio mentale.

Il servizio idrico di Yahaba era in attivo e i gruppi del presente arrivarono alla conclusione di restituire il surplus ai cittadini, abbassando le tariffe. I gruppi della generazione futura arrivarono alla conclusione opposta: alzatele, quelle tariffe, perché tra qualche decennio gli impianti andranno rinnovati e serviranno fondi che oggi nessuno sta accantonando. Dopo l'esperimento, Yahaba aumentò davvero le tariffe dell'acqua.

I gruppi del presente ragionavano per problemi da risolvere; quelli del futuro ragionavano per eredità da lasciare.

Ora, voi che vi occupate di sistemi di gestione probabilmente avrete già intuito dove voglio andare a parare. Perché quello che è successo a Yahaba ha un nome preciso, nel nostro lessico: è un'analisi delle esigenze e delle aspettative delle parti interessate, solo che al tavolo, per la prima volta, c'era la parte interessata che non si presenta mai ma che pure ha un interesse enorme in quasi tutto ciò che le vostre organizzazioni decidono oggi.

Questo articolo parte da una riga della nuova ISO 9001:2026 e prova a rispondere a una domanda che nei prossimi anni diventerà sempre meno filosofica e sempre più operativa: che rapporto c'è tra la qualità e la sostenibilità? E la risposta, ve lo anticipo, è più radicale di quanto sembri: la sostenibilità non è un tema che si aggiunge al sistema di gestione per la qualità: è semplicemente il sistema di gestione per la qualità con l'orologio regolato su un'altra scala.

Una definizione allo specchio

Partiamo dalle definizioni, perché è lì che si nasconde la prima sorpresa. La definizione universalmente accettata di sviluppo sostenibile nasce nel 1987 con il rapporto Our Common Future della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo delle Nazioni Unite. Quella definizione dice, in sostanza, che è sostenibile lo sviluppo capace di soddisfare i bisogni del presente «senza compromettere la capacità delle generazioni future» di soddisfare i propri.

Adesso rileggetela da persone abituate ad avere a che fare con la ISO 9001: "soddisfare bisogni", "esigenze e aspettative", "requisiti di parti che hanno un interesse"...vi suona familiare? La definizione di sviluppo sostenibile è, strutturalmente, la definizione di qualità: soddisfacimento di esigenze e aspettative di parti interessate. C'è una sola differenza, ed è l'orizzonte temporale. La qualità, per come l'abbiamo praticata per decenni, lavora su parti interessate contemporanee: il cliente che ordina oggi, il dipendente che lavora oggi, l'ente che vigila oggi. La sostenibilità prende la stessa identica struttura logica e la estende a parti interessate che non sono ancora nate.

È un'osservazione che ha una conseguenza pratica enorme: se le due definizioni condividono la struttura, allora gli strumenti costruiti per la prima funzionano anche per la seconda. Chi sa fare un'analisi delle parti interessate, chi sa tradurre esigenze in requisiti e requisiti in processi, chi sa misurare il soddisfacimento e correggere il tiro, possiede già la cassetta degli attrezzi della sostenibilità: gli basta semplicemente regolare l'orologio sul futuro.

Il filosofo che allungò l'orologio dell'etica

Questa operazione, prendere un sistema di pensiero costruito per il presente e allungarne l'orizzonte temporale, qualcuno l'ha già fatta e pure in grande stile. Nel 1979 un filosofo tedesco di settantasei anni pubblicò un libro destinato a diventare uno dei testi fondativi dell'etica ambientale: Das Prinzip Verantwortung, in italianoIl principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica.

Hans Jonas arrivò a un'idea tanto semplice quanto spiazzante: tutte le etiche tradizionali, da Aristotele a Kant, erano state costruite per regolare i rapporti tra contemporanei e questo andava benissimo finché le azioni umane avevano una portata limitata ma la civiltà tecnologica ha cambiato la scala e oggi le nostre azioni producono conseguenze che si dispiegano su secoli. Per questo motivo un'etica tarata sui contemporanei diventa strutturalmente miope.

La risposta di Jonas fu riscrivere l'imperativo categorico di Kant per l'era della tecnica: il nuovo imperativo chiede di agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni siano «compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra» e nelle formulazioni alternative che Jonas propone nello stesso passo, di non distruggere con le scelte di oggi la possibilità futura di quella vita, includendo l'integrità dell'uomo che verrà tra gli oggetti della nostra volontà presente.

Fermatevi su quest'ultima idea: includere nella scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della volontà. Jonas sta chiedendo di inserire una nuova parte interessata nell'analisi, una parte che non può negoziare, non può protestare, non può nemmeno esistere per ora e di trattare le sue esigenze come requisiti vincolanti delle decisioni presenti. Nel 1979, quindici anni prima che la ISO 9001 conoscesse il concetto di parte interessata e trentasei prima che lo formalizzasse nel punto 4.2, un filosofo aveva già scritto il requisito...mancava solo il sistema di gestione per attuarlo!

La frase che abbiamo letto per anni senza vederla

E qui arriviamo alla riga da cui è nato questo articolo. Il paragrafo 0.1 della ISO 9001:2026 di cui abbiamo analizzato i capitoli introduttivi in questo articolo si apre dicendo che istituire e attuare un sistema di gestione per la qualità è una decisione strategica che sostiene il miglioramento delle prestazioni, accresce la soddisfazione del cliente e fornisce:

"a foundation for sustained success and sustainable development initiatives"

— ISO 9001:2026, paragrafo 0.1

Una base per il successo durevole e per le iniziative di sviluppo sostenibile. Ora, la cosa interessante di questa frase non è che ci sia ma che ci fosse già: la ISO 9001:2015, nello stesso identico punto, parlava di "a sound basis for sustainable development initiatives". Per dieci anni l'abbiamo letta tutti, consulenti, auditor, responsabili qualità, ma l'hanno vista in pochi dato che nessun requisito la richiamava, nessun audit la verificava e nessun sistema la attuava.

Poi, attorno a quella frase, il mondo si è mosso. Nel 2021 l'ISO ha sottoscritto la Dichiarazione di Londra, impegnando l'intero sistema normativo a supportare l'agenda climatica. Nel febbraio 2024 è arrivato l'Amendment 1, che ha inserito il cambiamento climatico direttamente nei punti 4.1 e 4.2 della ISO 9001, della ISO 14001, della ISO 45001 e delle altre norme sui sistemi di gestione: ogni organizzazione certificata deve ora determinare se il clima sia un fattore rilevante per il proprio contesto. E la revisione ha confermato nei requisiti il cambiamento climatico (punti 4.1 e 4.2, con l'allegato A.4.2) e vi ha portato la cultura della qualità e il comportamento etico (punti 5.1.1, 7.3 e nota al 7.1.4), mentre la sostenibilità in senso ampio, presente nelle bozze, nel testo definitivo resta nello 0.1.

Il risultato è che la frase dello 0.1 ha cambiato natura cambiando pochissime parole perché nel 2015 le hanno dato importanza in pochi ma nel 2026 diventa portante.

Il sistema qualità è già una macchina per rappresentare gli assenti

A questo punto qualcuno starà pensando che il salto sia troppo lungo: un conto è gestire i requisiti del cliente, un altro è rappresentare gli interessi di persone che nasceranno tra cinquant'anni. Ma è davvero così lungo, questo salto? Guardiamo da vicino come funziona un sistema qualità, e scopriremo una cosa curiosa: il sistema qualità è sempre stato, fin dalla nascita, una macchina per rappresentare gli assenti.

Pensate all'operatore in linea che esegue un controllo dimensionale. Il cliente finale del prodotto che ha tra le mani non lo incontrerà mai, eppure l'intero sistema ( la specifica, il piano di controllo, il calibro tarato, il modulo di registrazione) esiste per rendere presenti, in quel gesto, le esigenze di quella persona assente. Pensate al progettista che scrive una specifica: sta traducendo in requisiti tecnici i bisogni di utenti che non vedrà mai, in condizioni d'uso che può solo immaginare. Pensate ancora all'audit interno: verifica oggi la conformità di processi per prevenire problemi che, se tutto va bene, non si manifesteranno mai, lavora per un futuro controfattuale, per definizione invisibile. Perfino il riesame di direzione, l'appuntamento più istituzionale del sistema, è un esercizio di rappresentanza degli assenti: si portano al tavolo, sotto forma di indicatori e tendenze, le voci di clienti, fornitori e mercati che in quella stanza non ci sono.

La qualità, in altre parole, ha risolto da decenni il problema tecnico che la sostenibilità considera la propria sfida fondativa: come si fa a dare peso decisionale a chi non è nella stanza. Lo ha risolto con la rappresentazione per procura (requisiti, indicatori, campionamenti, verifiche) e con una disciplina metodologica che nessun'altra funzione aziendale possiede al medesimo grado.

Dare voce a chi non ha voce: un esperimento e una legge

Se il problema è rappresentare gli assenti, vale la pena guardare chi lo sta già facendo e a quali scale.

La prima scala è quella dell'esperimento, ed è Yahaba: l'abbiamo vista in apertura. Il Future Design di Saijo, che dichiara apertamente di essersi ispirato alla tradizione della confederazione irochese e al suo principio di valutare le decisioni sull'arco di sette generazioni, ha dimostrato empiricamente una cosa che gli esperimenti di laboratorio avevano già suggerito: quando al tavolo siede qualcuno incaricato di impersonare il futuro, le decisioni cambiano.

La seconda scala è quella della legge, e ci porta in Galles. Il Well-being of Future Generations (Wales) Act, approvato nel 2015 e in vigore dall'aprile 2016 obbliga decine di enti pubblici gallesi a perseguire sette obiettivi di benessere applicando un principio di sviluppo sostenibile che riprende quasi alla lettera la definizione Brundtland. E qui viene il bello, per noi: la legge istituisce un commissario per le generazioni future che agisce come custode dei loro interessi, può condurre riesami su come gli enti tengono conto dell'impatto a lungo termine delle proprie decisioni e formulare raccomandazioni; gli enti devono fissare obiettivi di benessere, pubblicare un rapporto annuale sui progressi e, se ricevono raccomandazioni dal commissario, pubblicare la propria risposta. Rileggete l'elenco: obiettivi, riesami, raccomandazioni, rapporti annuali, obbligo di risposta. Il Galles ha scritto un sistema di gestione intergenerazionale, con tanto di audit e riesame di direzione, e gli ha dato forza di legge.

"E chi me lo chiede?": il paradosso dopo l'Omnibus

A questo punto, il lettore concreto solleverà l'obiezione giusta: tutto molto bello, ma chi me lo chiede? Fino a poco tempo fa la risposta sembrava scontata: ve lo chiederà la legge. La CSRD europea prometteva di estendere l'obbligo di rendicontazione di sostenibilità a decine di migliaia di imprese e la sostenibilità pareva destinata a diventare, come la privacy, un adempimento universale. Poi la marea si è ritirata, e più in fretta di quanto chiunque prevedesse.

Con il pacchetto Omnibus I, culminato nella direttiva (UE) 2026/470 pubblicata in Gazzetta il 26 febbraio 2026 e in vigore dal 18 marzo, l'Unione ha ristretto drasticamente il perimetro: l'obbligo di rendicontazione riguarda ormai solo le imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato, gli standard ESRS sono stati alleggeriti con una riduzione di circa il 61% delle informazioni obbligatorie e le PMI sono uscite quasi tutte dal campo di applicazione, con la possibilità di rifarsi allo standard volontario VSME. Abbiamo mappato questo ecosistema di framework in trasformazione nell'articolo sui modelli emergenti oltre la ISO 14001.

Sarebbe però un errore clamoroso leggere la semplificazione come un'archiviazione perché l'Omnibus ha tolto l'obbligo diretto, non la domanda: le grandi imprese continueranno a rendicontare la propria catena del valore e continueranno quindi a chiedere dati ai propri fornitori (con un tetto, il cosiddetto value chain cap, ma dentro quel tetto le richieste arriveranno eccome). Per una PMI italiana, dunque, la sostenibilità non è un requisito cogente ma potrebbe diventare un requisito del cliente.

Requisito del cliente: riflettete bene su cosa significa: punto 8.2, riesame dei requisiti, comunicazione con il cliente. Significa che il questionario ESG del vostro committente principale, quello che oggi magari finisce sulla scrivania sbagliata e viene compilato in fretta da chi capita, è a tutti gli effetti un requisito da gestire dentro il sistema, con lo stesso rigore di una specifica tecnica. E significa che il presidio naturale di questa domanda non è un ufficio sostenibilità che nelle PMI non esiste e non esisterà ma il sistema di gestione che avete già, con la persona che già lo governa. La direzione della nuova ISO 9001:2026 conferma questa lettura: la sostenibilità entra nella famiglia della qualità dalla porta dei concetti fondativi, non da quella degli adempimenti. Il legislatore europeo ha alleggerito la burocrazia della sostenibilità proprio mentre il normatore internazionale ne rafforzava l'infrastruttura gestionale. Una sorta di staffetta, non una contraddizione.

L'obiezione seria: come si misura l'esigenza di chi non c'è

Resta l'obiezione più solida: le parti interessate del punto 4.2 si possono interrogare mandando questionari, leggendo reclami e misurando la soddisfazione ma le generazioni future no. Come si determinano le esigenze di chi non può esprimerle? Non rischiamo di scrivere nella tabella ciò che fa comodo a noi, attribuendolo a loro?

Il rischio esiste ma anche qui la qualità è meno sprovveduta di quanto sembri, perché il problema di decidere in assenza di dati diretti lo conosce da sempre e lo tratta con due strumenti che avete già nel sistema. Il primo è la rappresentanza per proxy: non possiamo chiedere alle generazioni future cosa vogliono, ma possiamo identificare con ragionevole certezza cosa non vorranno (infrastrutture lasciate degradare, conoscenza organizzativa dispersa, risorse esaurite, passivi ambientali). Il secondo strumento è la pianificazione per scenari, che Pierre Wack sviluppò in Shell negli anni settanta proprio per ragionare su futuri non prevedibili: non si tratta di indovinare cosa accadrà, ma di costruire poche narrazioni plausibili del futuro e verificare quali decisioni presenti restano sensate in tutte. È un modo disciplinato di far parlare chi non c'è, senza pretendere di conoscerne la voce.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Tutti gli articoli sulla ISO 9001 pubblicati su QualitiAmo Sostenibilità con la ISO 9001, la ISO 45001 e la ISO 14001 ISO 9001:2026 - Analisi dei capitoli 0, 1, 2 e 3 della ISO 9001:2026

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